LE ARTI MARZIALI CINESI

Di Michele Rubino

Da diversi decenni la cinematografia ha proposto vicende d’eroi cinesi che, forti della loro abilità nelle arti marziali e d’un’integrità morale a tutta prova, sconfiggono biechi e brutali stranieri dopo epici combattimenti, ed elargiscono, infine, massime di profonda saggezza.

Nei films, i maestri di Kung Fu sottomettono con disinvoltura i loro spregevoli avversari, indifferenti alla loro stazza ed al loro numero.

Nella realtà, invece, accade spesso il contrario. Di recente, un giovane cinese praticante di MMA ha umiliato un reputato maestro di Taijiquan, ed il video del combattimento, apparso su youtube, ha fatto scalpore.

Il fenomeno non è nuovo. Già negli anni ’70, il Maestro di Karate Enzo Montanari, che s’era recato ad Hong Kong alla ricerca d’un valido esperto di arti marziali, aveva raccontato della sua delusione nel confrontarsi con molti praticanti cinesi, da lui sconfitti con estrema facilità.

Non credo che Montanari parlasse per partito preso, in quanto, anni dopo, si dedicò allo Yi Quan.

Più o meno nello stesso periodo vi furono confronti tra scuole cinesi e giapponesi.

Ricordo un documentario nel quale praticanti di Karate Kyokushinkai misero al tappeto al primo od al secondo round tutti i loro avversari del Wing Chun.

Nel primo decennio del 2000, la rivista “Samurai” pubblicò alcuni articoli di Wang Yugyal che raccontavano dei confronti tra Kung fu e Muay Thai.

Nella stragrande maggioranza dei casi, i combattenti cinesi avevano perso i loro incontri.

Quando nei circoli del Kung fu si accenna a questi fatti, le reazioni appaiono sconcertanti. Di solito si bollano i praticanti delle altre discipline da combattimento come violenti privi di senno, con i quali non si dovrebbe avere nulla a che fare, poiché non capiscono il vero significato delle arti marziali.

Ebbene, mi dichiaro ottuso, perché questo “vero significato” non lo comprendo neanch’io.

Qualcuno parla di “evoluzione personale”, “crescita interiore” o cose simili.

Ovvero? Cosa s’intende? Senso morale? Saggezza? In tal caso, mi sfugge il motivo per il quale, nei films, si provoca consapevolmente lo straniero, attribuendogli ogni nefandezza e disprezzando le discipline del suo Paese. Per giunta, non mi sembra neppure saggio, considerando gli esiti dei confronti!

In ogni caso, si tratta d’un atteggiamento aggressivo, razzista ed immotivatamente privo di rispetto.

Non ho mai visto un film in cui Rocky Balboa mette al tappeto un cinese presuntuoso che pratica il Kung fu.

Il rispetto sta qui, non nello sbandierare le massime di Confucio. Ma, certo, stiamo parlando di cinema. Consideriamo, allora la realtà dei fatti.

I monaci di Shaolin, che dovrebbero costituire un luminoso esempio di virtù, sono, da sempre, considerati eccezionali combattenti. Durante le invasioni dei mongoli e dei manciù avrebbero potuto intervenire a difesa della loro gente. Non lo fecero. Preferirono starsene quieti nel loro monastero e godere del favore accordato loro dagli stranieri.

I films ed i libri sulle arti marziali, naturalmente, raccontano il contrario. Si tratta di bugie, come quella che attribuisce a Bodhidharma la creazione del pugilato di Shaolin. Con quale coraggio, allora, si possono contrapporre presunte doti morali dei praticanti di Kung fu all’altrettanto presunta bassezza dei praticanti di Boxe? Ma qualcuno si ricorda dei guai giudiziari di Mohammed Alì quando si rifiutò di partecipare alla guerra del Vietnam, da lui ritenuta ingiusta? O di quel che fece per aiutare lo Zaire? Tra la fine del XIX° secolo e l’inizio del XX°, diversi monaci di Shaolin frequentavano potenti senza scrupoli, biscazzieri e prostitute.

Mi chiedo, allora, se questo è il senso morale prodotto dalla pratica marziale. Non credo che il fenomeno possa essere circoscritto alle epoche passate. Due miei conoscenti, che non si sono mai incontrati tra loro, hanno soggiornato, in periodi diversi, sul monte Wudang. Entrambi mi hanno raccontato che i loro maestri di arti marziali, dei monaci taoisti, trascorrevano buona parte del tempo a bere vino ed a chattare con varie amichette. Uno dei miei conoscenti aggiunse che il suo insegnante di Kung fu tentò anche di sedurre la sua compagna. Un'altra persona con la quale mi trovavo in confidenza raccontò che, in Cina, il maestro di arti marziali al quale si era affidato aveva sottoposto la sua ragazza a continue avances.

Ora, qualcuno mi spieghi dove sta il senso morale in tutto ciò.

Ho frequentato i cinesi dalla più tenera età, ed ho sposato una cinese. Sono in grado di affermare, con cognizione di causa, che per loro ubriaconi, giocatori d’azzardo e donnaioli sono spregevoli quanto lo sono per noi. Dunque, nessuno mi parli di differenze culturali.
Qualcuno sostiene che la pratica del Kung fu induce ad una vita sana. Il vero significato dell’arte marziale potrebbe, dunque, risiedere in ciò. Eppure, ho visto maestri indulgere all’alcool ed al fumo.

Non è un fenomeno infrequente. In Cina, molti dei miei amici, sapendo che praticavo le arti marziali, mi hanno chiesto, con stupore, come mai non mi piacesse bere: da loro, chi è dedito al Kung fu è dedito anche al vino. Anche in questo caso, mi sento davvero ottuso. Ho studiato Medicina, ed ho partecipato a delle ricerche cliniche. Tra le mie cognizioni, e tra le esperienze fatte, non ne ricordo una che dimostrasse l’efficacia dell’alcool e del fumo nel promuovere la salute.

In quarantadue anni di pratica, ho conosciuto molti maestri cinesi, alcuni di altissimo livello. Eppure, in diversi casi, ho visto qualcuno di loro ammalarsi o convivere con dei disturbi cronici. L’attività fisica, indubbiamente, fa bene. Ma, in fondo, gli esseri umani hanno tutti dei limiti. Forse il senso delle arti marziali sta nella conoscenza delle leggi naturali, conoscenza mediata e vissuta attraverso il corpo. Viene da chiedersi, allora, se i praticanti delle discipline che hanno prevalso sul Kung fu non abbiano assimilato meglio tale conoscenza!
Mi si perdoni la stupidità, ma sto solo cercando delle risposte. Qualcuno potrebbe sostenere che il vero significato delle arti marziali cinesi risieda in una filosofia di vita che possa alimentare l’umanità del praticante. E qui, davvero, mi ci perdo. Sto pensando al fondatore della disciplina che pratico, il Ba Gua Zhang. Si chiamava Dong Hai Chuan, e faceva il guardiano all’ingresso della residenza del principe Su, a Pechino. In precedenza era stato un ricercato per presunto omicidio. Non era certamente un intellettuale, e non mi sembra fosse un tipo tanto raccomandabile!
Mi arrendo! La mia stupidità non riesce a trovare “il vero significato” delle arti marziali cinesi.
Resta, comunque, il fatto che il Kung fu tratta di pugni, calci, proiezioni e leve articolari. Queste tecniche di combattimento possono essere banali e persino poco pratiche, se, alla base, un maestro non ne spiega precisamente la biomeccanica e gli altri elementi utili ad infondervi potenza. Normalmente, tali nozioni sono riservate ad alcuni allievi selezionati, e non si possono condividere con altre persone. Questa non è un’abitudine puramente cinese. Il friulano Fiore dei Liberi, che, nel XV° secolo fu tra i migliori maestri d’arme in Europa, pretendeva che i suoi allievi giurassero sulla Bibbia di mantenere segrete le nozioni da lui apprese.

Tornando al Kung fu, vi sono, indubbiamente, cognizioni particolari che altre discipline non possiedono, in particolare sulla genesi e sulla conduzione dell’energia. Tante altre, però, sono talmente diffuse che appare incomprensibile come, ancor oggi, le si ammanti di mistero come fossero straordinari segreti.

Ho visto filmati di Mike Tyson durante i suoi allenamenti. Gli spostamenti seguivano le traiettorie e le dinamiche del Ba Gua Zhang, i suoi colpi al sacco erano portati con le meccaniche degli “stili interni” cinesi, per non parlare dei movimenti del suo addome.

Alcune scuole di Kick Boxing usano il bosu per gli esercizi sull’equilibrio e la stabilità. Sono gli stessi esercizi immortalati nelle foto del secolo scorso, che ritraggono maestri di Ba Gua Zhang in bilico sui bordi di giare e di cesti. Queste immagini sono riprodotte nel Ba Gua Zhang Journal di Dan Miller, facilmente reperibile in internet. La Boxe si serve di manubri per gli esercizi volti a sviluppare la velocità dei pugni, di funi tese sotto le quali far oscillare il tronco, di sacchi e di “speed-ball”.

Il Ba Gua Zhang fa un uso analogo di mattoni, cavalletti e sacchi di diverso peso assicurati, anche in serie, ad impalcature in legno (si vedano le pubblicazioni del Maestro Liang Shou-Yu ed il libro di Sun Xikun). Il Sambo russo utilizza le gyrie, i kettlebell che tanto vanno di moda nelle palestre di fitness, per sviluppare potenza e resistenza. Ma questi attrezzi sono nati in Cina, probabilmente nei circoli di Shuaijiao, la versione locale della lotta libera, e si chiamavano “shi suo”, “lucchetti di pietra”. Si sono, poi, diffusi in Giappone, dove le scuole di Karate li utilizzano ancora, ed in Russia, dove sono stati notevolmente migliorati.

Esistono anche altri interessanti attrezzi del Kung fu, ma sono pochissimi quelli che se ne servono. Perché?,mi chiedo. Io desidero farlo. L’allenamento porta all’abilità tecnica. I praticanti degli sport da combattimento usano i loro attrezzi, che spesso sono anche i nostri, e migliorano. Facciamolo anche noi del Kung fu!

Suppongo che, per alcuni, sia estremamente gratificante sentirsi membri d’una schiera d’eletti cui è riservata la comprensione delle arti marziali nel loro autentico significato. E suppongo che sia per loro gratificante spregiare chi si dedica al combattimento, questa pratica da bestie, nella quale manca ogni principio fisico, per non parlare di quelli etici.

Ma qui, davvero, mi ci perdo! Vorrei sapere perché il Maestro Dong, fondatore della disciplina che pratico, si è reso celebre per i suoi scontri. Se non sbaglio, ha sconfitto Sha Hui Hui, un abilissimo pugile musulmano, a casa del principe Su, ha dominato un altro combattente che, a suo parere, praticava una disciplina troppo elaborata e falsa ed in Mongolia, a quanto si racconta, ha avuto ragione d’un gruppo di predoni, per non citare altri aneddoti. Non c’è un solo racconto riguardante Dong che parli delle sue speculazioni filosofiche. Si narra solo di combattimenti. Quanto alla sua umanità, basti pensare ai denti che fece saltare a Yin Fu, uno dei suoi più celebri allievi, a seguito d’una sfida o d’un atteggiamento insolente.

Sto parlando della disciplina che pratico, e, volutamente, non delle altre, perché non me la sento di criticare realtà che non conosco. Qualcuno, tuttavia, l’ha fatto. Si chiamava Bruce Lee. Definiva “disperazione organizzata”, quell’atteggiamento pignolo e sterile di quei praticanti dediti al perfezionamento di tecniche e principi che non utilizzeranno mai.

In nome di che cosa, poi? Della tutela della tradizione, si potrebbe obiettare. Ma quale tradizione? Il Ba Gua Zhang ha avuto origine dalla fusione di molte scuole diverse, diciotto, si ritiene, ed, all’inizio, non aveva neppure un nome. Era il sistema di combattimento del Maestro Dong, funzionava, e tanto bastava. Quando il principe Su ne vide un saggio, chiese come si chiamasse quel sistema. Dong Hai Chuan non lo sapeva. Improvvisò sul momento: “Ba Gua Zhang”, e questo fu tutto. Oggi avrebbe potuto chiamarlo MMA.

Il metodo di Dong Hai Chuan era semplice. Consisteva in due tattiche d’impiego universale e d’un tipo di spostamento facilmente adattabile ad ogni circostanza: il cambio di palmo singolo e doppio e la camminata in cerchio. Le “forme”, le complicazioni, le divagazioni vennero più tardi, con i suoi allievi e gli allievi dei suoi allievi. Nella semplicità del Maestro Dong vive la filosofia di Laozi: “attraverso il facile compiere il difficile.”; è questa l’ottica del Dao De Jing.

Ho tradotto i “canti segreti” del Ba Gua Zhang, cioè le rime con le quali il Maestro Dong ha trasmesso verbalmente la sua arte: ho trovato solo essenziali principi biomeccanici e strategie a cui ricorrere nelle diverse situazioni; nessuna “tecnica”, nessuna sequenza di movimenti. Ma anche nella forma attuale, il Ba Gua Zhang presenta tali e tante analogie con le discipline da combattimento più recenti da lasciarmi scettico, quando gli si attribuiscono finalità diverse da quelle del puro confronto fisico. “Il leone spalanca le fauci”, per esempio, una delle otto posizioni “madre”, non è altro che la postura fondamentale della lotta libera occidentale soprattutto nella versione adattata alle MMA, ed assolve esattamente alle stesse funzioni. Perché allora, tanto sussiego nei confronti di chi pratica gli sport da combattimento? Scendiamo da un piedistallo sul quale non abbiamo alcun diritto di collocarci, ed indossiamo i guantoni.

E, tanto per tornare con i piedi per terra: se qualche marzialista ha visto l’incontro tra il praticante cinese di MMA ed il maestro di Taijiquan su Youtube, ha notato che il primo ha fatto tutte le cose che avrebbe dovuto fare il secondo, cioè ha fatto partire le mani dal dantian, ha eseguito una gong bu perfetta per avvicinarsi ed ha sferrato un pugno circolare…da Taijiquan, mentre l’altro si è limitato ad attendere in una guardia fissa e non ha usato un solo principio del suo stile?

Con ciò intendo dire che mentre noi del Kung fu teorizziamo sulle arti marziali, gli altri le applicano. Noi conserviamo un cadavere in ghiacciaia, gli altri abitano un corpo vivo.

Voglio cambiare questa situazione.

Voglio far vivere il mio Kung fu e voglio vivere il mio Kung fu.

Magari insieme a voi. Vi aspetto!

Rodano, 15/9/2017